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Dicembre lascia tracce: quando un voto pesa più del bilancio

  • Immagine del redattore: ventisette.info
    ventisette.info
  • 7 gen
  • Tempo di lettura: 2 min

C’è chi archivia dicembre con il panettone avanzato e chi, invece, se lo porta dietro come un promemoria scomodo. A Caronno Pertusella il 2026 è iniziato da pochi giorni, ma alcune scene del 18 dicembre scorso continuano a bussare alla porta, chiedendo di essere ricordate.


Quella sera il Consiglio comunale si è riunito per parlare di futuro. Il bilancio di previsione, per capirci: uno di quegli atti che sembrano tecnici, quasi noiosi, ma che in realtà raccontano benissimo che idea di comunità si ha. Tutto scorre secondo copione, finché qualcuno decide che prima dei numeri bisogna chiarire le relazioni. Non quelle sentimentali, ma quelle politiche e familiari, che a volte si intrecciano più del previsto.


La domanda posta è semplice, quasi educata: quando un consigliere si trova a votare su temi che sfiorano una partecipata comunale presieduta dal padre, siamo proprio sicuri che basti far finta di nulla? Non è un processo, non è una condanna. È una richiesta di verifica, di quelle che in una democrazia sana dovrebbero essere automatiche. Un parere terzo, autorevole, che tolga ogni ombra. ANAC, Corte dei Conti, chiamate pure chi volete: basta sapere.


E invece no. Perché appena la parola “conflitto” entra in aula, il clima cambia. Le certezze iniziano a scricchiolare, le sedie diventano improvvisamente scomode e la seduta, da tranquilla, si fa nervosa. Talmente nervosa che al momento del voto qualcuno decide di non partecipare. Non per disinteresse, ma per coerenza. Un gesto che pesa più di mille interventi.


Dicembre lascia tracce: quando un voto pesa più del bilancio

Il bilancio passa comunque. Per un solo voto. Uno. Quanto basta per dire “approvato”, troppo poco per dire “sereni”. Perché quel voto arriva proprio da chi avrebbe potuto fare un passo indietro e non lo fa. E in quel momento la matematica si trasforma in politica, e la politica in un esercizio di equilibrio precario.


Ma il bilancio non è solo una questione di maggioranze risicate. È anche una questione di scelte. E lì i numeri smettono di essere astratti. Si parla di Fondazione Artos, di lavoro e di dignità, di stipendi che arrancano verso un salario minimo a colpi di 34 centesimi. Trentiquattro. Una cifra che da sola dice tutto. Dall’altra parte, compensi ben più robusti e aumenti che sembrano più una pacca sulla spalla che un vero riconoscimento.


In mezzo, altri temi che toccano direttamente i cittadini, come la TARIP, infilati in un dibattito che avrebbe meritato meno automatismi e più coraggio.


Non è stata una serata elegante, né rassicurante. È stata una di quelle sedute che non finiscono con il voto finale, ma continuano a lavorarti dentro. Perché c’è chi ha scelto di sollevare un problema invece di abbassare la testa. Chi ha ricordato che la trasparenza non è un optional e che il silenzio, in certi casi, fa più rumore di qualsiasi protesta.


Gennaio è appena iniziato, ma dicembre ha già lasciato il segno. E forse è un bene. Perché una comunità cresce anche così: quando qualcuno decide che fare domande non è un disturbo, ma un dovere.

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