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La giustizia che arriva quando è tardi: assolti tutti, rovinati prima

  • Immagine del redattore: ventisette.info
    ventisette.info
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

C’è un tipo di processo che in Italia non si conclude con una sentenza. Si conclude con un silenzio imbarazzato. Con le spalle alzate. Con un “eh, però intanto…”.Il caso Mensa dei Poveri finisce così. Anzi no: non finisce affatto. Perché oggi la Corte d’Appello di Milano ha fatto quello che la giustizia italiana fa spesso con anni di ritardo: ha premuto il tasto reset. Peccato che il computer fosse già bruciato.


Paolo Orrigoni assolto. Di nuovo. Lara Comi quasi del tutto scagionata, con la formula più indigesta per chi accusa: il fatto non sussiste. Carmine Gorrasi assolto integralmente. Traduzione: la montagna partorisce il vuoto. L’impianto accusatorio, quello che per anni è stato raccontato come un “sistema”, una “rete”, una “cupola”, oggi appare per quello che era: un castello di sabbia costruito con titoli a nove colonne.


Eppure nel 2019 sembrava la fine del mondo. Politici decapitati, carriere cancellate, nomi trasformati in sinonimi di malaffare. Gallarate dipinta come Gotham City, Varese come una dependance del crimine organizzato, Milano a fare da sfondo nobile. Tutti colpevoli. Subito. Senza attendere. Perché in Italia l’indagine è già una condanna, e il processo è solo una formalità emotiva.


La giustizia che arriva quando è tardi: assolti tutti, rovinati prima

Orrigoni, per anni ribattezzato “Mister Tigros” come se fosse il boss finale di un videogioco, oggi esce senza una macchia. Zero. Nulla. Lara Comi passa da oltre quattro anni di condanna a una pena simbolica, sospesa, con una multa che non copre nemmeno una settimana di fango mediatico. Quando sente il verdetto piange. Non per rabbia. Perché quando vivi sei anni dentro un’accusa che oggi viene dichiarata inesistente, anche respirare torna a essere una conquista.


E Carmine Gorrasi? Tre mesi ai domiciliari. Per cosa? Per un’accusa che non regge più. Il suo avvocato parla di irregolarità, di atti da valutare, di responsabilità. Ma la domanda vera è un’altra: chi restituisce quei mesi? Chi restituisce la reputazione, il lavoro, la faccia guardata di traverso al supermercato?


Attenzione: qui non si sta dicendo che non si debba indagare. Il punto è un altro, ed è enorme come un elefante in aula bunker. In Italia si indaga urlando, si processa lentamente e si assolve sottovoce. Prima si distrugge, poi si verifica. E quando arriva l’assoluzione, è già tardi. Troppo tardi per la politica, per la vita pubblica, per la fiducia.


La Mensa dei Poveri si chiude così: non con colpevoli, ma con macerie. Non di reati, ma di esistenze. Le accuse si polverizzano, i titoli restano. Le sentenze cambiano, Google no.


E allora la vera domanda non riguarda chi oggi è stato assolto.

Riguarda un sistema che riesce a essere spietato all’inizio e cautissimo alla fine. Un sistema dove il fatto non sussiste, ma il danno sì. Eccome se sussiste.

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