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Bilanci, buche e campi vuoti: cronache minime da un paese che tira a campare

  • Immagine del redattore: ventisette.info
    ventisette.info
  • 22 dic 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

C’è un momento, verso fine anno, in cui i numeri smettono di essere noiosi e iniziano a raccontare storie. Il 17 dicembre, per esempio, i numeri del bilancio hanno deciso di parlare. E non l’hanno fatto sottovoce.


Hanno parlato di forbici. Tagli netti, precisi, chirurgici: un po’ qui, un po’ là, lavori pubblici, sociale, prospettive. Il risultato? Un Comune che procede come chi guida guardando solo lo specchietto retrovisore: attento a non schiantarsi subito, ma del domani si occupa poi. Forse.


La parola “visione” aleggia spesso nelle sale consiliari. Aleggia, appunto. Perché poi, nella pratica, tutto si riduce a sopravvivere fino alla prossima scadenza, rattoppare l’indispensabile, sperare che nessuno faccia troppe domande. E se le fa, pazienza.


Prendiamo le strade. O meglio: le buche. Ce n’era una, storica, in zona Carnago/Campo dei Fiori. Un cratere degno di un documentario. È rimasta lì mesi, indisturbata, come un’installazione di arte contemporanea. Poi, improvvisamente, è sparita. Magia? No, sollecitazioni. Funziona sempre così: prima il silenzio, poi l’intervento minimo sindacale, giusto per dire “abbiamo fatto”.


Nel frattempo, però, c’è chi guarda più in alto. Molto più in alto. Ville, per esempio. Ville che fanno gola, perché una vendita ben piazzata sistema tante cose tutte insieme. Cassa fresca, problemi rimandati, e magari anche qualche manifesto nuovo di zecca quando servirà. Alternative? Ce ne sarebbero. Edifici dimenticati, come la vecchia casa dei combattenti, che con poco potrebbe tornare a vivere, accogliere associazioni, memoria, comunità. Ma il passato, si sa, interessa solo quando conviene.


E poi le tasse. L’addizionale Irpef resta lì, fedele come un vecchio lampione. Intoccabile. Ridurla? Un’idea troppo audace. Meglio lasciare che a fare sacrifici siano sempre gli stessi: quelli che pagano, tacciono e vanno avanti.


Bilanci, buche e campi vuoti: cronache minime da un paese che tira a campare

Capitolo sicurezza. Tema serio, serissimo. Furti, preoccupazioni, case violate. E le risposte? Telecamere, certo. Ma con un tocco di surrealismo: una piazzata in un campo vuoto, dove l’unico movimento è quello del vento. Intanto, strade davvero colpite restano scoperte. Richieste respinte, spalle alzate. E la giustificazione è quasi poetica: “lì abbandonano rifiuti”. Peccato che poco prima si fosse annunciato trionfalmente di aver risolto il problema con le foto-trappole. Allora perché spendere ancora? Misteri della fede amministrativa.


Dentro il palazzo, intanto, il metodo è sempre lo stesso: decisioni già prese, spiegate a voce, senza documenti, senza confronto. Commissioni convocate per ascoltare, non per discutere. Un modello efficiente, certo. Peccato che assomigli più a un monologo che a un’amministrazione condivisa.


E quando qualcuno osa dissentire, magari su scelte importanti come la vendita di un bene pubblico, succede qualcosa di curioso: l’informatore comunale, che dovrebbe raccontare il paese, diventa improvvisamente un ring. Attacchi personali, toni stizziti, zero pluralismo. Più che un notiziario, un bollettino. Non stupisce che, col tempo, qualcuno abbia preferito farsi da parte.


Tirando le somme, questo bilancio non è solo un elenco di cifre. È una fotografia. E l’immagine che restituisce non è mossa, è ferma. Troppo ferma.


C’è chi pensa che un paese meriti di più di una gestione in apnea. Più coraggio, più chiarezza, più rispetto per chi vive qui ogni giorno. C’è chi crede che amministrare significhi scegliere, non rimandare. E che il futuro non si venda, si costruisca.


Per ora, la pagella è sul tavolo. E no, non è una sufficienza strappata. È una bocciatura piena. Senza appello.

 

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