Attico con vista… polemica: il palazzone di lusso che rischia di asfaltare il cuore di Busto
- ventisette.info

- 9 gen
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C’è chi sogna un attico panoramico e chi, guardando lo stesso progetto, vede arrivare l’ennesimo pugno nell’occhio. In mezzo, come sempre, c’è Busto Arsizio. E stavolta il ring è il suo centro storico.
La miccia è accesa tra via Borroni, via Pozzi e piazza Vittorio Emanuele II: un nuovo condominio privato, sei-sette piani di modernità patinata, vetro, linee pulite e prezzi che fanno girare la testa (più per il conto che per l’altezza). Lusso, dicono i rendering. Eleganza, giurano i siti immobiliari. Ma c’è chi, abitando lì, vede tutt’altro: un corpo estraneo piantato nel salotto buono della città.
E allora parte la lettera. Pec, tono educato ma lama affilata. Destinatari: sindaco, assessore all’Urbanistica, presidente del Consiglio comunale. Messaggio: fermi tutti, qui si sta giocando con il centro storico come fosse un lotto libero qualsiasi.

Il punto non è essere contro il nuovo a prescindere. Il punto è dove e come. Perché piazza Vittorio Emanuele non è un foglio bianco: è fatta di palazzi storici, cortili antichi, equilibri fragili. È Palazzo Cicogna, sono le ex carceri austriache appena rimesse a nuovo con un restauro che ha strappato applausi veri, non di cortesia. Ed è via Borroni, rifatta da poco, lucidata come una scarpa nuova. Metterci davanti un palazzo ultramoderno alto come una promessa elettorale non mantenuta è, per il residente, un azzardo grosso.
Poi c’è il capitolo che a Busto conoscono tutti ma di cui si parla sempre a mezza voce: i grandi progetti ambiziosi finiti così così. O peggio. Appartamenti invenduti, piazze rifatte e già malandate, edifici fantasma a due passi dal centro. Esperimenti urbanistici nati per “rilanciare” e diventati casi di studio su come non rilanciare. Davvero vogliamo aggiungere un altro capitolo alla saga?
La domanda che aleggia è semplice e scomoda: per chi è questo palazzo? Per la città o per il mercato? Per i bustocchi o per i brochure patinati? Perché se il centro storico diventa solo una vetrina di metri quadri a 5mila euro, il rischio non è solo estetico. È identitario.
Il residente non urla, ma colpisce dove fa più male: chiede una visione. Una strategia abitativa. Un perché che vada oltre il “si può fare”. Chiede un ridimensionamento, non una crociata. Chiede di proteggere il centro come spazio vivo, non come terreno edificabile di pregio.
In fondo, la questione non è un palazzo in più o in meno. È decidere che città vuole essere Busto quando cresce. Una che aggiunge piani o una che aggiunge senso.
E mentre i rendering promettono terrazze da sogno, dal basso qualcuno guarda e pensa che il vero lusso, oggi, sarebbe non rovinare quello che c’è già.




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