Varese sfila per la Palestina: tamburi, slogan e un gran bisogno di sentirsi buoni
- ventisette.info

- 21 set 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Sabato pomeriggio, centro di Varese. Sole, tranquillità, qualche famiglia che si gode i Giardini Estensi, e poi… ecco che arriva la solita sfilata dal retrogusto universitario fuori corso: bandiere, tamburi, slogan e striscioni contro il “genocidio” in Palestina. A organizzarla, il collettivo Wake Up Varese. Un nome che sembra preso da un festival di trap, ma che invece rivela una certezza granitica: loro hanno capito tutto, e tu no.
“Free Palestine”, fischietti e certezze assolute

Secondo i partecipanti erano mille, secondo la questura 600, secondo il buonsenso... meno. Ma non è questo il punto. Il punto è l’energia morale traboccante di una piazza che, con l’aria di chi ha appena letto due post su Instagram, si erge a tribunale dell’intera politica estera occidentale.
Lo slogan d’apertura? «Stop al genocidio, Palestina libera». Quello di chiusura? «Se i governi tacciono, tocca a noi rompere il silenzio». Nel mezzo, fischietti, tamburi, cori, dichiarazioni cariche di pathos e ovviamente le bandiere. Quelle palestinesi, quelle arcobaleno, quelle dei sindacati, e pure quelle dei movimenti che raccolgono ogni disagio possibile: ambientale, climatico, esistenziale, esistenzialista.
La geopolitica da corteo
La complessità del conflitto mediorientale, con le sue mille sfumature, decenni di storia intricata, interessi economici e strategici globali? Troppo difficile. Meglio ridurla a un meme da striscione: “Israele cattivo, Palestina buona”. Fine della geopolitica. La morale è servita, pronta da sventolare.
Ora, che ci siano drammi umani in corso, bombardamenti e sofferenze vere, nessuno lo nega. Ma l’idea che la pace internazionale si costruisca con tamburi e magliette stampate fa sorridere. E anche un po’ riflettere: davvero la politica estera dei Paesi deve ricalcolare le proprie alleanze in base all’indignazione del sabato pomeriggio?
“La pace nasce dal basso”. Anche il caos.
Wake Up Varese ci tiene a sottolineare che “la democrazia è parola, critica, scelta”. Giusto. Ma sarebbe bello se ogni tanto critica e scelta si basassero su un’informazione leggermente più solida di quella filtrata da un carosello di stories.
Nel frattempo, mentre i manifestanti chiedono “giustizia” (una parola sempre buona per tutte le stagioni), i sindacati preparano lo sciopero. Perché in Italia, quando il mondo va a rotoli, il primo gesto concreto è sempre uno sciopero. Magari ben posizionato a ridosso del weekend.
Il cortocircuito morale
È curioso notare che chi manifesta per la libertà palestinese raramente faccia lo stesso per le donne iraniane, i dissidenti cubani o i cristiani perseguitati in Africa. Ma si sa, alcune bandiere indignano di più, altre meno. Alcune guerre si urlano, altre si ignorano.
Così, tra un “boicotta Israele” e un selfie col megafono, si è consumato anche questo sabato. La solita grande marcia della buona coscienza, quella che ti fa sentire dalla parte giusta anche se non sai esattamente di cosa parli.
Ma l’importante è “non voltarsi dall’altra parte”, no?




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