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Un altro scaffale sul futuro

  • Immagine del redattore: ventisette.info
    ventisette.info
  • 22 dic 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

A Sesto Calende il futuro sembra avere una forma precisa: rettangolare, illuminata a neon, con parcheggio annesso e offerte a tempo. È curioso come, quando si parla di “sviluppo”, qualcuno senta sempre il bisogno di tradurlo in corsie, carrelli e volantini patinati. Sarà una coincidenza, ma ogni volta che la parola domani entra in una delibera, esce sotto forma di supermercato.


L’ultima idea geniale atterra lungo il Sempione, tra asfalto già stanco e rotonde che promettono miracoli. Lì dove il traffico oggi avanza a ritmo contemplativo, si immagina che domani scorrerà felice, perché lo dice un rendering. La fede, si sa, sposta le montagne. Le code no, quelle restano.


Intanto la città osserva. E si chiede, sottovoce: davvero è questa l’unica visione possibile? Davvero il massimo slancio creativo che possiamo concederci è un altro grande scatolone commerciale? In una Sesto che invecchia, che perde famiglie, che vede serrande abbassarsi più velocemente delle tapparelle la sera, l’idea salvifica è aumentare la concorrenza tra scaffali?


Un altro scaffale sul futuro

C’è qualcosa di affascinante in questa ostinazione: chiamarla “Sesto Futura” e poi immaginare un presente moltiplicato. Come se il futuro fosse solo una replica in saldo di ciò che già abbiamo. Peccato che le città non crescano a colpi di promozioni, ma con persone che le abitano, bambini che riempiono le scuole, famiglie che mettono radici e non solo la spesa nel bagagliaio.


Nel frattempo, il commercio di vicinato — quello che ti chiama per nome, che accende le luci anche quando fuori piove — resta a guardare. Non fa rumore, non promette inaugurazioni con palloncini, ma tiene insieme pezzi di comunità. Strano che questo valore non entri mai nei piani, forse perché non sta bene in una planimetria.


E poi c’è la memoria corta. Quella che dimentica i grandi spazi rimasti vuoti, i marchi andati e venuti, i “casermoni” che dovevano essere opportunità e sono diventati pause imbarazzanti nel paesaggio urbano. Ma tranquilli: questa volta andrà diversamente. Lo dice la storia, o forse no.


Qualcuno, in Consiglio, ha avuto l’ardire di dire che esiste un’alternativa. Case invece che casse. Residenze invece che resi. Un’idea quasi rivoluzionaria: pensare che lo sviluppo passi dalle persone e non solo dai metri quadri commerciali. Un’eresia, per alcuni. Una responsabilità politica, per altri.


Alla fine la domanda è semplice, anche se dà fastidio: vogliamo una città che vive o una città che consuma? Perché le due cose non sempre coincidono. E il futuro, quello vero, difficilmente si trova in offerta speciale.

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