Cronache di una stanza chiusa (e di un silenzio molto rumoroso)
- ventisette.info

- 18 dic 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Ci sono città che discutono in piazza.
Altre che lo fanno nei corridoi.
Poi c’è Sesto Calende, che quando il rumore diventa troppo, abbassa le tapparelle.
L’ultima seduta del Consiglio comunale non sarà ricordata per quello che si è detto, ma per dove non si è potuto ascoltare. Porte chiuse. Seduta segreta. Tutto legittimo, per carità. Tutto regolamentare. Tutto… interessante.
Perché quando la politica decide di parlare sottovoce, non lo fa mai per caso.
La trasparenza, questa sconosciuta (a intermittenza)
Da anni ci raccontiamo che la trasparenza è un valore fondante, una bandiera da sventolare in ogni campagna elettorale. Poi però arriva il momento in cui la trasparenza diventa scomoda. E allora si scopre che esistono eccezioni, commi, articoli, tutele, forme “assolutamente straordinarie”.
Straordinarie come il fatto che una vicenda politica finisca fuori dalla vista dei cittadini, proprio mentre i cittadini avrebbero più domande che risposte.
Non è un’accusa. È una constatazione.
Le regole lo permettono. Ma le regole, da sole, non bastano a raccontare una città.

Quando il problema non è il regolamento, ma come ci sei arrivato
La sensazione diffusa è che questa stanza chiusa non sia stata una scelta, ma una conseguenza. Il punto non è se si potesse fare una seduta segreta. Il punto è perché si sia arrivati a renderla necessaria.
Perché quando un’Amministrazione è costretta a usare strumenti eccezionali, vuol dire che qualcosa prima non ha funzionato.
Nella gestione. Nei tempi. Nelle decisioni.
E forse anche nel coraggio.
Dimissioni: la parola che aleggia ma non atterra
C’è una parola che in questi giorni gira come una mosca in una stanza chiusa: dimissioni. Nessuno la pronuncia con leggerezza, ma tutti la pensano. Perché a volte non è una questione giudiziaria, né personale. È una questione politica. Di opportunità. Di credibilità. Di fiducia.
Dimettersi non è ammettere una colpa.
A volte è semplicemente evitare che un’istituzione paghi un prezzo più alto di chi la rappresenta.
Una maggioranza compatta, ma non impermeabile
All’esterno tutto sembra tenere. Comunicati ordinati, spiegazioni puntuali, parole come “dignità”, “rispetto”, “umanità”. Concetti nobili, indiscutibili. Ma che rischiano di diventare un paravento se usati per non affrontare il nodo politico vero: chi paga il costo di questa vicenda?
Per ora non lo paga la maggioranza.
Non lo paga la Giunta.
Non lo paga il Consiglio.
Lo paga la città, esclusa dalla stanza.
Il silenzio non è neutralità
C’è un equivoco di fondo: pensare che chiudere una porta significhi abbassare i toni. In realtà, spesso, li amplifica. Perché il silenzio istituzionale non spegne le domande. Le moltiplica.
E quando la politica smette di spiegare, qualcun altro comincia a interpretare.
Sesto Calende merita di più (anche quando fa male)
Non servono processi mediatici.
Non servono forche.
Ma nemmeno recite già scritte.
Sesto Calende merita una politica capace di stare alla luce del sole anche quando è scomodo, anche quando fa male, anche quando sarebbe più facile chiudere una porta e dire: “È per il vostro bene”.
Perché la vera tutela delle istituzioni non passa dal silenzio.
Passa dalla responsabilità.
E quella, purtroppo, non può essere discussa in seduta segreta.





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